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Findhorn
Scozia,
verde, castelli, cornamuse, erica.
Findhorn,
cuore pulsante, al nord, vicino al mare.
Terra magica
che ha fornito ortaggi enormi, fiori,
angeli ed esseri di natura.
Un particolare punto energetico,
che richiama ad energie superiori,
al contatto con una più vasta dimensione.
Una vita intensa in mezzo alla natura,
unattività giornaliera che si intreccia
con la vita degli altri.
E un continuo fare insieme qualche cosa,
spazi personali pochi, quasi nessuno,
eppure avviene una continua revisione interiore.
Lesposizione alle energie di Findhorn,
centro di forza magnetica,
porta rapidamente in contatto con il proprio essere,
con i limiti dellio
e con gli spazi che attendono al di là di esso.
Il canto del cigno.
E quasi un gioco,
un via vai di incontri collettivi, individuali,
danze, giochi, confessioni, pianti, sorrisi, abbracci.
Laugurio di incontrare lInaspettato.
La
Fondazione Findhorn è una comunità spirituale fondata nel 1962 da
Peter e Eileen Caddy e da Dorothy MacLean, nel nord-ovest della
Scozia, vicino al villaggio di pescatori Findhorn. Inizialmente
divenne nota per i fiori e gli ortaggi che crescevano in un terreno
sterile e che raggiungevano dimensioni mai viste (cavoli fino a
20 chili!), grazie ai suggerimenti ricevuti in meditazione dai deva
(esseri celesti). Oggi la Fondazione Findhorn è un centro di educazione
spirituale che fornisce l’opportunità di vivere e lavorare insieme,
offrendo programmi che promuovono lo sviluppo interiore. Uno di
questi è la “Experience Week” con meditazioni, danze, incontri con
i membri della comunità, giochi, passeggiate nei boschi, lavoro.
E’ un’opportunità per ognuno di esplorare la relazione con il tutto
e contribuire al processo di trasformazione.
Il primo giorno: seduti in cerchio, al centro una candela accesa
circondata da erbe e fiori che conferisce al nostro incontro raccoglimento
e ritualità. Ognuno dice il suo nome e il motivo della propria presenza.
Volti nuovi, sconosciuti, che si guardano con curiosità o indifferenza;
sentimenti questi che sfumano col trascorrere dei giorni, nella
dinamica degli incontri. Dopo la meditazione, la scelta intuitiva
del lavoro da svolgere nella comunità nei pomeriggi a venire. Una
voce interiore mi suggerisce “Cularn”e mi trovo a lavorare nel giardino
e nell’orto di questa casa, sulla strada che porta al mare. Le mie
mani sulla terra, a togliere sterpaglie e sassetti portati da un
vento impetuoso. Liberare il giardino dalle impurità, da ciò che
può impedirne lo sviluppo. Mi piace. Ultimo giorno: in cerchio,con
un sasso al centro, secondo una usanza pellerossa; solo chi lo avrà
in mano potrà parlare, mentre gli altri ascoltano con attenzione.
Ognuno di noi comunica così qualcosa al gruppo, a conclusione di
questa settimana. Findhorn addio. La nostra partenza è forse l’inizio
di qualcosa che cambia, qualche cosa che germoglierà rigogliosa
come i semi di Findhorn.
S.B.
GATTI A VENEZIA

Manhattan, Central Park,
una bella palazzina fine ottocento,
Armando Acosta, regista del film-concerto
Romeo.Juliet,
cammeo della 47° Mostra del Cinema a Venezia.
Mi attende come un re assiso al trono,
mazzi di fiori secchi alla parete alle sue spalle.
Ha creato unopera di straordinaria bellezza:
testo modernizzato di Shakespeare,
musica di Prokofiev,
un cast di 150 gatti e un grande attore.
La peculiarità di questo film
è che la storia è interpretata,
come un elegante e sensuale balletto,
dai gatti di Venezia e New York.
Lunico personaggio umano del film,
John Hurt che è La Dame aux Chats,
uneccentrica barbona veneziana
che aiuta i gatti a fuggire
dai conflitti che dilaniano il Vecchio Mondo
e li conduce verso la libertà del Nuovo Mondo.
E lì che Romeo, un bel gatto grigio-fumo
e Juliet, un angora turco
dal pelo bianco e soffice come una nuvola,
si innamorano
.
Opera
affascinante , dove i gatti si esprimono attraverso il movimento
sapientemente rallentato e comunicano le loro sensazioni grazie
a un dialogo interiore, verbalizzato da attori famosi: Vanessa Redgrave,
Ben Kingsley, Maggie Smith, Robert Powell. Le immagini, la musica,
il ritmo, i colori, la storia fanno di questo film un capolavoro
poetico, che crea un’atmosfera particolarmente suggestiva e meditativa.
Chiedo ad Armando Acosta perché gatti invece di persone. “Perché
attraverso il gatto l’uomo ha la possibilità di conoscersi meglio;
con gli animali ha spesso un senso di dominazione, vediamo col cavallo
per esempio, senz’altro col cane. Può dire “è il mio cane” ma non
può veramente dire “è il mio gatto”, perché è un animale indipendente,
che non appartiene a nessuno. Il gatto rappresenta il modo in cui
l’essere umano dovrebbe comportarsi: semplice, amorevole, intuitivo.
Col gatto si può avere una relazione quieta, silenziosa; ecco perché
per molte persone anziane averne uno in casa, nella stanza dove
dormono, in grembo, è preferibile alla convivenza con un altro essere
umano. Io stesso vivo con alcuni dei protagonisti del film e ho
con essi un rapporto insolito e speciale: non devo dire loro neanche
una parola, perché sanno esattamente ciò che sto pensando. Molti
mi hanno chiesto come ho ammaestrato i felini a fare tutte quelle
cose nel film; non li ho ammaestrati, mi sono limitato a sistemare
la cinepresa, creare una situazione e aspettare: essi si muovevano
e agivano dimostrando una forte connessione con me, con le mie aspettative.
In particolare il rapporto con Juliet, la splendida angora turca,
è stato ed è tuttora speciale: nel momento in cui salgo su un aereo
diretto a casa, si nota dal suo comportamento che sa che sto arrivando!
Anche se quando arrivo non si comporta in modo festoso: quando apro
la porta e le dico “Ehi dolce”, mi guarda quasi degnandosi, a dire
“Oh, si, salve”.
Cè un episodio umoristico di Tony, Tibaldo nel film,
il re dei gatti;
ha il ruolo del cattivo, ma in realtà è molto dolce
e ha bellissimi occhi. Durante il montaggio del film, è entrato
nella stanza, ha guardato lo schermo dove cerano in quel momento
Juliet, Romeo e Mercuzio e poi si è sistemato su una sedia;
ma appena è comparso lui sullo schermo, si è tirato
su, è saltato in cima al televisore e si è sporto
dallalto per guardare se stesso!
Il gatto è unico, la sua bellezza è unica e una cosa
intelligente da fare è meditare con lui, tenendolo in grembo.
Occhi chiusi, ascolto del suo respiro: la mente diventa quieta e
silenziosa. Se si ascolta il respiro del gatto, si diventa coscienti
del proprio.
E quando una persona è cosciente del proprio respiro, comincia
a conoscere di più se stessa.
S.B.
INSEGNAMENTO: UNA MISSIONE

foto da www.alicesu.blog.kataweb.it
Credevo non ci fossi più.
E passato così tanto tempo, tanta vita!
E poi un incontro, una delle tue numerose allieve:
Suor Prassidea? Lho vista laltro giorno,
è sempre uguale, sempre dolce.
La tua dolcezza
in contrasto con limpeto di certe tue parole!
I tuoi occhi,
di un incredibile azzurro,
che accompagnavano ora luna ora laltro.
Sei stata una splendida educatrice,
un insostituibile insegnante.
Lentusiasmo con cui parlavi di tutto era contagioso.
Stimolavi nelle nostre menti adolescenti
la voglia di sapere,
la gioia di conoscere.
Lappuntamento del mattino era il più atteso:
il momento della meditazione.
Leggevi poche righe,
poi le parole ti fluivano
piene di intensità e fascino.
Ti seguivo attenta e contagiata,
con la voglia di essere come tu proponevi.
La tua bella intelligenza e la tua voce appassionata facevano vibrare
le corde del mio essere.
Ero protesa alle immagini che evocavi,
ai propositi che suggerivi.
Seducevi la mia mente
avida di modelli eccezionali.
Stimolavi il mio cuore,
bramoso di tutto.
Creavi spazio nella mia anima,
dilatandola a grandi promesse.
Che gioia sapere che ci sei ancora,
che stai ancora combattendo,
che stai ancora donando,
per far crescere e maturare altri esseri.
Come hai fatto con me.
Grazie
Meglio potersi mettere nelle mani
di qualcuno che sa quello che sta facendo.Troppo spesso leducazione
è affidata a coloro che non hanno raggiunto la maturità
(e lequilibrio!) per guidare gli altri.
Linsegnante deve essere un po maieuta, condurre a una
nascita, fuori dal buio grembo della non conoscenza, al palpito
della vita.
Non è facile insegnare ed è ancora più difficile
farlo bene. E non sto parlando solo di cultura, di istruzione, ma
di ricchezza interiore. Gli educatori hanno una grande responsabilità:
la loro presenza, il loro operato, può veramente essere importante
e influenzare il futuro degli allievi. E una posizione bellissima,
se linsegnante vi si colloca bene, con vera e profonda disponibilità,
non solo a dire ma a dare. Dare a migliaia
di esseri nel corso di una vita: quale impegno prezioso! Essere
in grado con la propria presenza, con la propria perché no-
saggezza, di favorire lo sviluppo di allievi che sono in unetà
di assorbimento, di apertura, di voglia di conoscere e di crescere.
Forse ci siamo un po dimenticati della nostra infanzia e della
nostra adolescenza, ma, se riuscissimo ad acchiapparne qualche lembo,
vedremmo probabilmente una figura di insegnante che è stata
importante. I ricordi sfuggono, ancora di più le emozioni
vissute, la cui intensità mai avremmo pensato di scordare
e sembra che ci siamo dimenticati di un insegnante speciale; ma
il seme che ha gettato è presente in noi, ha lavorato nel
tempo e ha prodotto i suoi frutti.
Spesso linsegnante dimentica questo: che il suo lavoro è
una missione; missionario e rivoluzionario al tempo stesso, perché
dando gli elementi per una nuova conoscenza, smuove il deserto dellignoranza,
ne modifica i confini e dà spazio a nuove costruzioni, in
una struttura in continua (si spera) evoluzione.
Lo stesso dovrebbe avvenire nellinsegnante: una continua crescita
e revisione, per il rispetto di sé soprattutto e per il rispetto
delle persone che gli sono state affidate.
Siamo tutti dei addormentati che hanno bisogno di conoscere la propria
regalità. Questo è uno dei compiti dellinsegnamento.
S.B.
BIRMANIA

foto da www.viaggiaresempre.it
La
luce è sorta,
ora puoi cominciare a vedere la tua vita con chiarezza.
Un nuovo giorno nasce
e tu ti svegli con coraggio,
pronta ad un nuovo inizio.
E questa unopportunità
per trasformare il tuo modo di vedere le cose,
ampliare la tua visione
ed espandere la sfera della tua consapevolezza.
E un momento di ispirazione,
lorizzonte è chiaro e limpido.
Comprendendo tutto ciò che accade intorno a te,
continua il tuo viaggio
e supera i tuoi limiti.
Leggo
queste parole su una carta Lakota, della tradizione dei Sioux, alle soglie
della partenza per la Birmania (Myanmar), insieme a un gruppo del Villaggio
Verde di Cavallirio, guidato da Bernardino del Boca.
Lo
sento come un vaticinio per questo viaggio: mi sento vicino a qualcosa,
con un sottile diaframma che separa da una nuova consapevolezza.
Dopo una prima sosta a Yangon, raggiungiamo la pagoda di Lokananda
(mondo della beatitudine), in riva al fiume Irrawadi. Magnifica,
energia permeante, bambini che offrono fiori profumati, due monache in
meditazione. Sosto silente, gusto appieno questo momento e mi lascio permeare
da questa energia di beatitudine. Poi, come d’uso, faccio il giro a sinistra
del tempio, percuoto la campana col bastone, facendola risuonare per condividere
i meriti con il mondo.
In bus, verso il monastero di Yokesone, provo un senso di gratitudine
e un pensiero mi attraversa la mente “incamerare per emanare”. Davanti
ai miei occhi scorrono belle casette di legno, ricoperte con liste intrecciate
di bambù, costruite a mo’ di palafitte per via dei monsoni. Arriviamo
al monastero di legno, sopraelevato, dove un monaco ci dà informazioni,
tè, meditazione. Poi ci disperdiamo intorno, in una specie di villaggio
di tempietti e un museo, una bella costruzione di legno scuro, con soffitti
intarsiati. Vari Buddha in esposizione, per lo più dorati, tutto molto
antico e bellissimo.
Poi ci dirigiamo verso il monte Popa, magica sede dei “Nat” i
signori invisibili che i birmani credono essere quotidianamente presenti
nella loro vita, come controllori. Il monte si erge sulla piana, simile
a un panettone e prevede una salita, a piedi e rigorosamente senza scarpe
come in ogni tempio: una serie di scalinate ripide, alcune ripidissime
che mettono a dura prova chi soffre di vertigini. Scimmiette dispettose
trapuntano qua e là la salita, che avviene però senza incidenti, tachicardia
e fiatone a parte. Trafelati pellegrini, visitiamo i numerosi tempietti
e due in particolare catturano la mia attenzione: uno con un bellissimo
Buddha che mi porta rapidamente in uno stato meditativo, con sensazioni
di elevata energia e un grande benessere. Nell’altro, un Buddha dorato
con un’ atmosfera e una energia meno elevate; tuttavia dà la sensazione
di essere un“esauditore” di richieste.
Mandalay. Visita al Mahamuni, il grande Buddha, una
statua coperta d’oro, avvicinabile solo dagli uomini. Il rito prevede
che si portino dei sottili foglietti d’oro da applicare alla statua, portatori
dei propri desiderata. Il gruppo femminile, non potendo avvicinarsi, li
affida al gruppo maschile. La statua diviene sempre più grande e morbida,
così coperta da strati di “foglie” d’oro ed emana una grande energia,
che si percepisce anche a distanza. Il pranzo dell’ultimo giorno dell’anno
si svolge ai laghi imperiali, in un caratteristico ristorante dalla forma
del Karaweik, il naviglio reale.
Yangon. Pagoda Sule con numerosi Buddha, cappelle, decorazioni
antiche e bellissime, merletti di mosaici. Vita quotidiana e religiosa
si intrecciano: un via vai calmo, un bimbo col sederino nudo, figure prone,
chi prega, chi chiacchera, chi legge il giornale all’ombra di una cappelletta;
una donna anziana si accende un sigaro accosciata vicino a un Buddha.
Sosta allo storico caffè dell’albergo Strand, elegante testimonianza
della dominazione britannica, prima di raggiungere la Shwedagon
pagoda. E’ difficile da descrivere nella sua grandiosità: elegante, enorme,
bellissima, magica. Abbiamo la fortuna di percorrerla durante il tramonto,
l’oro della cupola a campana è caldo e radioso; la bellezza degli interni,
delle colonne, dei Buddha è stupefacente. Di ritorno la sera dopo, la
Shwedagon è ancora più suggestiva: l’atmosfera, le luci, l’oro delle cupole,
una minor confusione; ci mescoliamo a un gruppo in preghiera.
Prima di lasciare Yangon, shopping allo Scott’s Market, dove
acquisto un “lonji” l’abbigliamento tradizionale birmano, simile a un
pareo cucito, annodato davanti per gli uomini, di lato per le donne.
Lo faccio sistemare da una vecchiettina, antica come la sua macchina per
cucire.
Allinizio del viaggio, qualcuno che lo aveva già fatto mi
disse: la Birmania rappresenta una specie di punto e a capo.
Così è stato.
E il viaggio continua
.
S.B.
AMICIZIA

foto da www.ionoigaia.splinder.com
“Questa tua stanza mi commuove”
ti ho lasciato scritto in un biglietto accanto al telefono.
La stanza: così calma nel suo lilla,
così bella affacciata sui tetti,
così magica.
Mi sono seduta sulla poltrona
ad assaporarne fino in fondo l’atmosfera.
Penso al giorno precedente,
il mio arrivo alla stazione,il nostro saluto festoso,
la corsa in macchina verso le colline di Torino,
Il nostro parlare fitto,immerse nel sole.
Ci eravamo viste solo due volte
sapendo l’indispensabile l’una dell’altra.
Ora l’incontro, la comunicazione,
l’entrare insieme in un mondo conosciuto e amato:
la ricerca interiore
a volte meravigliosa a volte difficile.
Mentre parliamo ci accorgiamo di molti punti in comune,
è piacevole, ci rassicura.
Ognuna riconoscer nell’altra una compagna di viaggio,
ognuna sente che procederà con una nuova forza intorno,
un nuovo sostegno.
Il pomeriggio nei prati,
l’indispensabile contatto con la natura.
Il sole, il verde,
la silenziosa forza degli alberi
che ci donano nuove energie.
Nella quiete del prato siamo in ascolto:
nel silenzio si fanno strada sensazioni.
vibrazioni, immagini simboliche.
E’ un momento magico,
il momento dell’ascolto della vita.
Si
dice “ho tanti amici, ho pochi amici” ma sappiamo cos’è veramente l’amicizia,
quale tipo di relazione sia? Siamo attenti a ciò che contribuisce a creare
una vera amicizia? Nella vita ognuno procede secondo le proprie inclinazioni
e si lascia andare spesso a delle stereotipie senza capire veramente come
si sta muovendo. Ci si lascia vivere, essendo degli attori esecutivi e
non creativi e ciò non permette di entrare in contatto veramente con gli
altri. Perché questa è l’amicizia: il vero contatto con una persona, condito
da affetto. Il rapporto d’amicizia può essere superiore al rapporto di
coppia, che ha sovente la caratteristica della caducità, mentre l’amicizia
può più facilmente avere la caratteristica della continuità e non vi è
più solitudine. Nell’amicizia vera e di qualità ci si incontra per il
piacere di stare insieme, ma anche per una crescita personale, uno sviluppo
creativo, una revisione di vita. A volte per la complementarietà: si cerca
l’anima gemella e non si pensa che questa può essere un‘amica, un amico,
con cui c’è una sintonia a più livelli. Non è il sesso che crea la complementarietà,
ma qualcosa di più profondo e vasto, che fa si che si “riconosce” qualcosa
nell’altro, che diventa un compagno di viaggio.
Purtroppo viviamo in un paese culturalmente affondato nella (dalla?) famiglia.
Quella d’origine e quella che ci si è creati che vengono spesso non solo
al primo posto, ma al secondo, al terzo….. eliminando lo spazio affettivo
e di tempo che potrebbe essere dedicato alla relazione d’amicizia. Relazione
che dovrebbe avere le caratteristiche della fratellanza, quasi una famiglia
allargata (e scelta), costellatata di presenza, partecipazione, supporto,
divertimento, complicità. (basti pensare al modello anglosassone, ben
espresso nei film “Notting Hill” e “Il diario di Bridget Jones”).
I sensi di colpa - inutili a sé
e agli altri- verso la famiglia e un malinteso senso del dovere sono spesso
il deterrente all'opportunità di vivere e coltivare questa
straordinaria, benefica e preziosa relazione umana: l'amicizia.
S.B.
FORMENTERA

foto da www.digilander.libero.it
Sabbia
e mare e vento e silenzio.
La
mano sulla calda rena,
il
corpo abbracciato dal vento
l’anima
accarezzata dal sole.
Mi
sembra di non esistere più
di
essere dilatata nell’infinito
miriadi
di particelle che danzano col vento
si cullano con le onde esplodono nel sole.
Un
grande senso di pace, di non esistenza, di cosmicità.
Sonia
e Riccardo che giocano nell’acqua, con guizzi da delfino
ritornati
bambini, per la gioia del loro cuore.
Bisogna
imparare a lasciarsi andare,
a
vivere la vita,
lontano
dalle stereotipie –tante- dai condizionamenti –infiniti-.
Lo
smeraldo dell’acqua seduce la mia mente
la
invita all’abbandono, all’arresa, all’assenza.
Un’assenza
che diventa presenza,
l’evidenziarsi
di un’energia che sembra arrivare da lontano,
ma
che scopri essere costantemente in te
se
solo sai percepirla.
Silenzio.
Lo
sciacquìo dell’acqua sugli scogli,
la
brezza che gioca con i capelli,
il
caldo del sole sulla pelle.
Il
corpo che non è più solo corpo
ma
è sabbia e mare e vento e silenzio.
Un
posto incantevole in un’isola del mediterraneo fa da cornice a queste
parole scaturite in pochi attimi dall’anima.
Quando
si parla di anima si pensa a qualcosa di religioso ed eterno, il che può
farcela sentire lontana.
Invece
potremmo considerare l’anima come qualcosa di molto vicino e intimo.
Qualcosa
con cui possiamo entrare in contatto ogni volta che lo desideriamo. Solo
che c’è troppo rumore i noi, troppo caos, perciò non riusciamo a percepire
e a decodificare i messaggi che arrivano da questa parte di noi stessi.
La
strada per arrivarvi esiste: l’ascolto del corpo attraverso il rilassamento.
Ponendoci
quotidianamente in uno stato di quiete, di silenzio, siamo in grado di
arrivare oltre quello che vediamo e tocchiamo. Conoscere se stessi è la
cosa più importante della propria esistenza, perché solo sapendo chi si
è veramente si è in grado di utilizzare tutte le risorse per raggiungere
i propri obiettivi.
A
volte ci si sente mancanti di qualcosa , senza sapere bene che cosa e
si cerca di colmare questo vuoto, questo senso di solitudine, con un appagamento
dall’esterno, dagli altri, dal lavoro, dagli svaghi; sono dei palliativi
che placano per un po’ i reali bisogni. Perché non è fuori che si deve
cercare, ma dentro se stessi.
Allora
ci si deve porre in uno stato di particolare attenzione e di ascolto.
Il corpo partecipa ad ogni emozione, ogni ansia, ogni collera vissuta
e reagisce a queste sensazioni entrando in contrazione muscolare. Con
l’andar del tempo, questa tensione aumenta e si fissa nel corpo creando
quella che lo psicanalista Wilhelm Reich ha definito “ corazza caratteriale”.
Risultato: si vive con una percentuale ridotta del proprio potenziale
e ci si sente poco vitali , insicuri e insoddisfatti. Se invece si elimina
questa tensione muscolare , si crea una distensione fisica e mentale.
In questo è di grande aiuto anche l’immersione nella natura:
mare, montagna, prato, lago, contatto con la terra e le sue vibrazioni.
Natura
e rilassamento: due chiavi per aprire la porta che conduce là dove è il
proprio vero essere.
S.B.
Omaggio a Giorgio Gaber

foto da www.musicclub.it
“…..è come
una illogica allegria di cui non so il motivo, non so che cosa sia; è come
se improvvisamente mi fossi preso il diritto di vivere il presente. Io sto
bene, questa illogica allegria, proprio ora, proprio qui. Da solo, lungo
l’autostrada, alle prime luci del mattino…..”
“Me, dentro
di me,dentro di me… Mi ricordo che correvo il mio corpo mi seguiva era un
corpo primitivo e la mente lo tirava la mia mente che trascinava il mio
corpo nudo eravamo in due e fra me e me un elastico.”
“No. Niente
rimpianti. Forse anche allora molti avevano aperto le ali senza essere
capaci di volare, come dei gabbiani ipotetici. E ora? Anche ora ci se sente
cime in due. Da una parte l’uomo inserito che attraversa ossequiosamente lo
squallore della propria sopravvivenza quotidiana e dall’altra il gabbiano
senza più neanche l’intenzione del volo perché ormai il sogno si è
rattrappito.”
“La
solitudine non è malinconia, un uomo solo è sempre in buona compagnia.”
da “Il Teatro Canzone di Giorgio Gaber”
Caro
Gaber, mi sarebbe piaciuto intervistarti.. Una delle domande che ti avrei
fatto è se fossi contento di ciò che avevi raggiunto nella vita. Io penso di
sì. Osservando il tuo percorso d’artista, riflesso immagino della tua vita,
non si può non notare la tua crescita. Una crescita artistica e umana che
non tutti possono vantare. Anno per anno ho assistito ai tuoi spettacoli,
notandone con piacere lo sviluppo. Ogni appuntamento con te era una gioia
rinnovata. Il lavoro che offrivi al tuo pubblico rappresentava brani di vita
e di pensiero che accarezzavano, aggredivano, divertivano, facevano pensare.
Non si usciva immuni dai tuoi spettacoli! Si era contagiati dall’entusiasmo,
dalla carica, dall’amore che ne emergevano. “Non l’amore che si può anche
fare, ma l’amore…
"E’ una delle frasi delle tue canzoni che più mi hanno colpito e che hanno
destato ancora di più la mia attenzione nei tuoi confronti. Fa intravedere
un grosso percorso interiore. Avrei voluto ripercorrerlo velocemente con te,
non chiedendoti di rivelarmi chissà quali cose, ma di lasciarmele
intravedere. Un’altra domanda che avrei voluto farti è che cosa ti
aspettavi, dopo ciò che avevi raggiunto, dalla vita; quale era la cosa che
desideravi di più. Mi sarebbe piaciuto sapere come nascevano i tuoi lavori.
In che modo ti tuffavi nella tua esperienza, nella tua memoria, nella tua
intelligenza per emergerne con pezzi di arguzia e di bravura che facevano
vibrare le platee. Far riflettere, divertendo, non è cosa da poco. E tu lo
facevi magnificamente, dosando pause, toni di voce, gesti. Quando ti
presentavi in palcoscenico eri solo – i musicisti sullo sfondo, dietro a un
velo - ma per pochi istanti, perché avevi immediatamente il pubblico con te.
Un pubblico affezionato che, come me, non si perdeva alcuna tua comparizione
e un pubblico nuovo, giovane, entrambi affascinati dalla tua bravura, dal
tuo calore.
Mentre assistevo al tuo ultimo spettacolo, un ripercorso del tuo lavoro, in
me gioia, entusiasmo, carica sfociavano in un sorriso che mi ha accompagnato
tutto il tempo. Un tempo che sembrava senza fine.
S.B.
Praga

foto da www.hotels-in-prague.net
Un cigno pesca
nell’acqua,
vento freddo tra i capelli
sullo sfondo il ponte Carlo.
La Moldava silenziosa,
le note di Smetana possenti e gioiose
che paiono prorompere da essa.
Nel giardinetto i passetti di un cane
seguito da una vecchia signora
che mi sorride dolce e complice.
Sembra dire
”Anche tu ti sei fatta affascinare dalla magia di Praga”.
E’ vero.
Vi ho appena messo piede – ieri sera,
dopo un allegro viaggio in macchina con Laura, Carlo, Maria-
e già ne sono ammaliata.
Lo ero già prima di partire.
Praga dai tetti d’oro.
“E’ proprio d’oro” pensavo stanotte
prima di sprofondare nel sonno.
E’ d’oro la sua atmosfera, è d’oro la sua energia
che ti avvolge in un sorridente abbraccio.
Camminavamo sotto braccio,per ripararci dal freddo, attraversando il ponte
Carlo.
Guardavo le luci, la bellezza delle Torri sullo sfondo.
Ad ogni passo un’atmosfera di nebbiosità rarefatta mi incantava.
Gioia e gratitudine per essere lì.
“Praga mi chiama” avevo detto agli amici.
Cammino sullo splendido ponte,
con le suggestive luci della notte
e sento una commozione pervadermi.
Se fossi sola mi lascerei andare
ad un pianto di gratitudine per tanta bellezza.
Mi vien da pensare che ogni città ha i suoi penati,
i suoi dei protettori.
Cerco di mettermi in sintonia con loro,
in una silenziosa preghiera,
perché mi consentano di gustare
e di cogliere il meglio che è a loro affidato.
Sento il loro sorriso, la loro benevolenza
e so già che mi offriranno il meglio.
IN VIAGGIO
Quante
volte, quando siamo in viaggio ci lasciamo andare a vivere con una certa
superficialità quello che ci sta intorno. Seguendo un po' l'onda, e mai
gustando veramente e intimamente l'esperienza. E' necessario essere bene in
contatto con se stessi per entrare bene in contatto con quello che si sta
vivendo: la bellezza di una chiesa, l'eleganza di un edificio, la
suggestione di uno scorcio, l'incanto di un tramonto, il velluto di un
fiore, il profumo di un prato, il palpito di un albero, il silenzio di un
bosco. Siamo circondati da un'incredibile bellezza e la viviamo spesso con
distrazione.
Potremmo
cominciare ad avere un rapporto diverso con la realtà e muoverci nelle
situazioni come in una armonica danza, con il cuore e i sensi aperti.
Può essere
una passeggiata in una città di notte, tra la quiete e il silenzio, privi
della distrazione e dei rumori del giorno; e scopri che le sagome intorno a
te si offrono ai tuoi occhi con una particolare intensità, con un diverso
sapore.
Può essere
una colazione in una bella piazza, tra antichi edifici, intingendo storia e
croissant nel cappuccino.
Oppure
seduti in un magnifico caffè, dal sapore antico, a parlare fitto con il tuo
migliore amico.
O
l’arrampicarti per sentieri sconosciuti eppur familiari, su un maestoso
monte,il cui eco ti porti ancora appresso dopo essere ritornato a casa. Come
l'essere andato in un posto speciale a riaccordare lo strumento -corpo e
anima-.
O in un
tempio giainista, tra indiani silenti, devozioni colorate, movimenti rapidi,
suoni di campanelle, figurazioni di riso, preghiera.
O star
seduti in silenzio, nella maestosa cattedrale, costruita da mani ricche di
fede, piena di energia solare e celebrativa che ti porta in una dimensione
profondamente meditativa.
O
abbracciare un albero, sentirlo vivo sotto le tue mani e il tuo corpo, in un
palpito ritmico, in sintonia con il tuo respiro e poi sdraiarsi ai suoi
piedi, sul soffice tappeto d'erba e provare un senso di pace, di quiete, d’
abbandono.
O in un
negozio peruviano, un uomo dolcissimo dalla lunga treccia grigia, permeato
di qualcosa di speciale, che ti fa un piccolo dono, augurandoti dal profondo
degli occhi "felicidad
interior".
O sdraiati
sulla calda sabbia, gli occhi immersi in un cielo di straordinaria bellezza,
musica di chitarra, un'energia pervadente che ti porta in cima al mondo.
O essere un
punto azzurro nel sole, tra il bianco della neve, per ritrovare il contatto
con te stesso.
S.B.
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